Sono Elisa Marfut Creea, una professionista italiana di psicomotricità. Non sono una suora, non ho ricevuto un’educazione cattolica… anzi sono cresciuta tra manifestazioni e centri sociali, e avevo del mondo ecclesiastico una visione parziale, di un mondo chiuso e bacchettone, sempre pronto a giudicare. È evidente, a questo punto, che il giudizio fosse solo il mio!

Era il 28 aprile 2023 quando ho ricevuto un messaggio da una tale Francesca Centorame che si presentava come la mia tirocinante. Nel messaggio mi chiedeva come dovesse vestirsi, e dentro di me ho pensato “Iniziamo malissimo!”. Poi ha aggiunto: “Perché sa… io sono una suora!”. Catastrofe! “Come sopravvivo un semestre?”, mi sono detta, “Io che sono la persona meno formale del mondo!”.
Ho risposto laconica di indossare ciò che l’avrebbe fatta sentire più a suo agio, e il giorno dopo è arrivata “Fra”, in tuta e scarpe da ginnastica… e con uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto. Dopo soli 5 minuti abbiamo iniziato a darci del tu, e a fine giornata le volevo già bene.

È importante per me raccontare di questo incontro, perché senza di esso, e senza il superamento di quel mio pregiudizio, non sarei mai arrivata a ricevere la proposta di fare un’esperienza missionaria nella Guinea Bissau, durante una cena qualunque.
Come mio solito ho detto immediatamente di “sì”, in modo del tutto irrazionale ma con molto entusiasmo, e in meno di tre mesi abbiamo fatto tutto il necessario per partire.
Sono stati mesi carichi di lavoro, ma mi ha raggiunta anche un’ondata di amore talmente forte da lasciarmi stupefatta e stordita. Molte persone infatti hanno reso possibile questo viaggio regalandomi materiale, aiutandomi a scrivere protocolli, preoccupandosi per me in ogni modo possibile… così il 13 ottobre 2025 sono partita!

Mi sono subito ripromessa di insegnare ciò che avrei potuto ed imparare quanto più possibile, partendo col cuore aperto; e così è stato!
Adesso che sono tornata in Italia provo un senso di gratitudine difficilmente descrivibile a parole. Soprattutto ringrazio per il grande cambiamento di prospettiva che questa esperienza mi ha lasciato.

Quando sono partita avevo la sensazione che ci sia comunque qualcosa di sbagliato nel tentativo di aiutare le stesse persone che gente con la tua stessa pelle, con la tua stessa faccia, ha sistematicamente massacrato per secoli.
Arrivata là mi sono resa conto che ciascuno può essere una minoranza, “Il diverso”, a prescindere da qualsiasi colore abbia la propria pelle… E puoi fare paura, e non essere compreso, indipendentemente dal tuo sforzo, dal tuo sorriso e dalla tua predisposizione al dialogo e alla relazione con l’altro. Ma ho anche compreso che i cambiamenti veri possono nascere solo dall’incontro tra persone che decidono di provare a comprendersi nelle loro differenze; che il rispetto si basa sulla sospensione del giudizio, e che nella maggior parte delle situazioni possiamo più imparare che insegnare.
Ho scoperto che si può comunicare mischiando 4 lingue, facendo un sacco di smorfie e un sacco di risate; che si possono provare emozioni del tutto contrastanti e totalizzanti, e scherzare bonariamente su questo.
…Che l’impegno, la volontà e la dignità spesso superano le difficoltà materiali.
Non è vero che quelle persone “sono sempre felici”. Conoscono la verità e la situazione, ma sono resilienti e rispettabili.

Parlando con loro mi è stato detto che il problema dell’Occidente è che abbiamo perso Dio… e detto in queste condizioni estreme, a me, che ad un Dio in questi termini non ho mai creduto, mi ha fatto riflettere. In una situazione in cui la sopravvivenza è messa a dura prova ci si riscopre umani, e fratelli; figli dello stesso cielo, uniti dallo stesso mare, aventi diritto dello stesso amore.
Hanno diviso con me tempo, abbracci e ciotole di riso; chiamano Dio in tre modi diversi, eppure convivono pacificamente… e mai come lì ho percepito un senso di vera fratellanza.

Con questa esperienza ho provato ad entrare in punta di piedi in un progetto più grande e capillare, che è quello portato avanti dalle Missionarie dell’Immacolata, ed ho imparato cosa significa provare a fare la propria minuscola parte… Perché, se è vero che ho la stessa pelle e la stessa faccia di chi ha massacrato queste persone per secoli, è vero anche che non ho lo stesso cuore.

So che non sono pronta a cambiare in modo drastico la mia quotidianità, ancora non sono in grado di rinunciare al superfluo, ma adesso provo un enorme senso di gratitudine per quello che ho. So che sono solo fortunata, non più brava e dignitosa.

Elisa Marfurt Creeèa

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