Esiste un’espressione in criolo che dice: «Mindjer di balur, firkidja di no família». Ovvero «donna valente, pilastro della nostra famiglia». Mi fa sempre pensare alle tante donne che sono un vero e proprio pilastro non solo per l’uomo di cui sono compagne e mogli o della loro famiglia, ma anche della società guineana. Quanti volti nel mio quotidiano…

Mi viene in mente Andresa, 48 anni e 8 figli (di cui una persa subito dopo il parto). Non sa né leggere né scrivere, perché è stata cresciuta da una zia a Bissau che si è preoccupata più di insegnarle a cucinare e lavare che a metterle in mano una penna e un quaderno. Quando le chiesi di leggere una parola, mi rispose: «Suora, leggi tu. Io a malapena so firmare». Mi prese un nodo alla gola. Andresa lotta tutti i giorni per mettere in tavola qualcosa da mangiare per i suoi figli e lo fa lavorando instancabilmente.

Binya ha 31 anni ed è madre di un figlio di 13 che non vive con lei e il marito per cause familiari. Per garantire un futuro migliore alla sua famiglia ha vissuto tre anni in Libano, lavorando come cuoca. Al suo ritorno in Guinea, i suoi risparmi sono stati rapidamente fagocitati dei bisogni della famiglia allargata. Lei però spera soprattutto di diventare ancora madre, dopo tre aborti spontanei.

Luisa, invece, di anni ne ha 28 e di figli quattro. L’ultimo è nato lo scorso dicembre. Il terzo è su una sedia a rotelle. Tutto il giorno lavora per provvedere ai bisogni della famiglia e la sera, con la moto del marito, percorre una decina di chilometri per frequentare un corso di formazione per professori. È andata a lezione fino a due giorni prima del parto. Formazione è la parola per cui si batte ogni giorno tenacemente.

Kadijatu, musulmana quarantenne, prima di tre mogli, ha pure lei quattro figli, ma ne ha partoriti otto o nove. In lacrime, dice di aver perso il conto. Il più grande ha problemi di salute ed è stato disconosciuto dal padre. Kadijatu però è determinata. Mi ha chiesto di aiutarla a portarlo da un medico. Non dirà nulla al marito, a cui ha dovuto nascondere tante altre cose per il bene del figlio.

Le loro storie mi fanno riflettere. Le donne sono un pilastro della società ovunque nel mondo. Ma qui in Africa lo sono ancora di più. Sono l’anima della famiglia, l’indispensabile sostegno all’economia domestica, il motore di ogni sviluppo. Un proverbio dice che «educare una donna significa educare un villaggio». È quello che sperimento ogni giorno vedendo crescere le bambine e le ragazze delle nostre scuole che diventano donne forti e tenaci. Da loro però imparo anche molto. Per me sono un esempio mirabile di resistenza e resilienza in ogni situazione, di forza e coraggio nell’affrontare fatiche e sfide, ma anche di eleganza e di dolcezza pur in condizioni spesso molto difficili.

Anna Marini, Mondo e Missione di Marzo 2026

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