Sr. Costanza Mazzi, infermiera e missionaria dell’Immacolata, ha dedicato 47 anni della sua vita alla missione in Camerun prestando il suo servizio soprattutto nelle zone più povere, quali DJalingo, Bibemi, Ambam… luoghi “dove il bisogno era grande, ma la fede e la speranza della gente erano straordinarie”.
1. Dopo 47 anni di missione in Camerun, in che modo questo lungo percorso ha arricchito la tua comprensione dell’essere una missionaria di speranza tra tutti i popoli?
Quando sono partita per la missione, pensavo di andare per “portare” qualcosa: la mia fede, la mia cultura, il mio aiuto. Ma una volta arrivata in Camerun, in una missione dove non c’era praticamente nulla, ho capito che la vera missione non è portare, ma ricevere. Ho scoperto che la gente del posto, con la loro accoglienza semplice e sincera, la loro fede, gioia, mi donava molto più di quanto io potessi offrire.
In quel contatto umano e vero ho compreso che la speranza nasce proprio lì: nello scambio, nella condivisione, nell’ascolto reciproco che va aldilà della conoscenza della lingua. Dopo 47 anni, posso dire che è proprio questo, credo, che significa essere una missionaria di speranza: lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro, vivere l’amore di Dio nella semplicità e nella reciprocità quotidiana.
2. Puoi raccontarci un momento in cui hai visto la speranza trasformare concretamente la vita delle persone che hai servito e come quell’esperienza ti ha segnata personalmente?
Una delle esperienze più belle e indimenticabili della mia vita è stata la guarigione di una bambina. Ricordo che una famiglia arrivò da noi con la loro figlia di circa sei anni, già in coma. L’ospedale l’aveva dimessa dicendo che era ormai morta, ma i genitori, pieni di fede, vennero da noi dicendo: “Sappiamo che voi potete fare qualcosa.”
Non conoscevo quella bambina, la vedevo per la prima volta. L’ho adagiata sul lettino, priva di conoscenza, e nel mio cuore ho pregato: “Signore, sei Tu che devi guarire. Io farò qualcosa, ma tutto attraverso le Tue mani, non con le mie.”. Ho iniziato le cure, le iniezioni e tutto ciò che era necessario. Poi ho preso un cucchiaio d’acqua benedetta e gliel’ho versata delicatamente nella bocca, come faccio sempre con i malati.
Vedere quella bambina, che era in coma, aprire gli occhi e chiamare sua madre dopo tre giorni di cure e preghiere… è stata una gioia immensa, un miracolo di speranza e di fede. La madre non faceva che ringraziare, e io le ho detto con tutto il cuore: “È stato il Signore a guarirla. Io sono solo un Suo strumento”.
Da quel giorno, la mia fiducia in Dio si è rafforzata ancora di più. Ho capito che servire con amore e speranza può cambiare la vita delle persone ed anche la nostra.
3. Quali difficoltà hai incontrato nel diffondere la speranza durante il tuo servizio missionario e come sei riuscita a superarle mantenendo sempre fedele al Vangelo?
Le difficoltà si trovano in ogni cosa, in ogni momento della vita missionaria, ma una delle sfide più grandi che ho incontrato è stata quella di affrontare le ingiustizie sociali e le differenze tra ricchi e poveri. Molte volte le persone che avevano mezzi e potere pretendevano di essere servite per prime, come se la loro posizione desse loro un diritto speciale. Ma io ho sempre cercato, con calma e determinazione, di far capire che il povero è grande agli occhi di Dio, spesso più grande di chi ha potere o ricchezze.
Non è stato facile. I potenti non sempre capiscono, e spesso cercano di imporsi con arroganza. In quei momenti pregavo il Signore di darmi la forza di restare salda, di non lasciarmi intimorire, ma di continuare a servire con umiltà e coraggio. La mia forza veniva da Lui.
4. Guardando alla Chiesa e alla vita di oggi, in che modo ciascuna di noi può diventare missionario di speranza nel quotidiano?
Molti pensano che i missionari siano degli eroi, persone straordinarie che compiono grandi imprese. In realtà un missionario è una persona normale, che ha ricevuto dal Signore il dono e la vocazione di lasciare il proprio Paese per servire gli altri.
Ma in fondo, ciascuno di noi può essere missionario, perché la Chiesa stessa è missionaria. Attraverso piccoli gesti quotidiani di amore sincero, attenzione e servizio, possiamo rendere ogni luogo un campo di missione, consapevoli che da soli si può fare poco, ma insieme si può costruire molto.
Spesso pensiamo al “prossimo” come qualcuno lontano, ma non è così.
La cosa importante è lasciarsi guidare dal Signore, portando ovunque la gioia del Vangelo e facendo conoscere l’amore di Dio attraverso la propria vita, accogliendo le persone come sono, senza giudicare, amandole nella loro realtà.
Sr. Shyla Rayappan












