Pregate, e Dio si prenderà cura di noi

Era una frase che ripeteva spesso, quasi un ritornello. Non come formula devozionale, ma come orientamento concreto davanti alle difficoltà quotidiane. Chi l’ha conosciuta racconta che in quelle parole si sentiva qualcosa di solido — non ingenuità, ma una fiducia maturata nel tempo, verificata nell’esperienza.

Sr. Lucy D’Souza,Missionaria dell’Immacolata, è morta lasciando dietro di sé una rete silenziosa di relazioni, di famiglie accompagnate, di giovani donne che in lei avevano trovato un punto di riferimento. Una di quelle vite che non fanno notizia, ma che cambiano le cose dall’interno.

Le radici

Era nata a Nandanwadi, nell’Arcidiocesi di Bombay, in una famiglia cristiana in cui la fede era abitudine di vita — preghiera quotidiana, cura degli altri, semplicità. Un’educazione alla concretezza che avrebbe segnato il suo stile di servizio. La vocazione era arrivata senza drammi, lentamente, e aveva scelto di entrare nelle Suore Missionarie dell’Immacolata a Mumbai. La formazione in Andhra Pradesh l’aveva preparata con studi di servizio sociale e teologia, ma più dei titoli era emersa in quegli anni una qualità che avrebbe definito tutto il suo lavoro: la capacità di ascoltare senza giudicare.

Papua Nuova Guinea — il luogo che divenne casa

Quando fu inviata in missione in Papua Nuova Guinea, era una destinazione lontana in ogni senso. Ma sr. Lucy vi rimase per anni, e quella terra presto diventò casa. A Vanimo il suo lavoro si concentrò sull’accompagnamento delle famiglie e della comunità cristiana locale — colloqui, percorsi di formazione, presenza discreta ma costante.

La sua convinzione era semplice: quando le famiglie stanno meglio, la comunità intera cresce. Le coppie in difficoltà, i giovani alle prese con scelte importanti, le donne studenti ospitate nei dormitori di Port Moresby — ognuno trovava in lei qualcuno disposto a fermarsi e ad ascoltare davvero. La musica era un altro canale: amava il canto, partecipava con gioia alle celebrazioni liturgiche, e capiva istintivamente che la fede si comunica anche attraverso la bellezza.

Nel tempo la congregazione le affidò anche ruoli di coordinamento: prima come Economa della Delegazione della Papua Nuova Guinea, poi in un servizio più ampio per la pastorale familiare a livello nazionale, esteso anche alle Isole Solomon. Collaborava con sacerdoti, religiosi e laici su temi come la dignità del matrimonio, la genitorialità responsabile, la vita spirituale delle famiglie.

Il suo modo di guidare era quello di chi cammina insieme agli altri. Le sorelle con cui lavorava ricordano la sua semplicità, la sua disponibilità, il fatto che non si tirasse mai fuori dalle difficoltà comuni. E quando qualcuno si preoccupava per lei — anche negli ultimi tempi, quando la salute cominciò a vacillare — rispondeva con quella frase di sempre: “Pregate, e Dio si prenderà cura di noi”. Era la convinzione che affidarsi davvero libera energie che altrimenti restano bloccate nella paura.

Sr. Lucy non aveva cercato visibilità. Aveva fatto quello che le era stato chiesto, giorno dopo giorno, con le persone che le erano affidate. E in quella fedeltà quotidiana — nelle famiglie ricucite, nelle giovani donne accompagnate, nei momenti in cui qualcuno si era sentito meno solo — qualcosa era cambiato in modo definitivo. Ora è affidata al Dio di cui si fidava. E la sua storia continua a parlare, in silenzio, a chiunque voglia ascoltarla.

0 Comments

Leave a reply

©2026 Missionarie dell'Immacolata PIME

Log in with your credentials

Forgot your details?