La pioggia gli corre dietro.
Il 13 aprile ad Algeri, che il Papa aveva appena lasciato per proseguire il suo viaggio, dopo la pioggia scrosciante del giorno prima è sorto un sole splendido ad illuminare la città. Ad Annaba invece, dove il Papa si è recato in visita al sito archeologico e ha celebrato la messa, la pioggia è arrivata ad accoglierlo, e sembrava non desiderare andar via.
Annaba… l’Ippona di sant’Agostino, nientemeno che la città in cui quest’ultimo è stato vescovo per oltre trent’anni!
Le sorelle della comunità di Hassi Messaoud sono andate proprio ad Annaba, invece noi suore missionarie di Algeri e Mascara abbiamo avuto la grazia di accogliere il Santo Padre nella basilica di Notre Dame d’Afrique ad Algeri. Bisognava scegliere, non c’era abbastanza spazio per accogliere tutti ad Annaba, poiché il luogo è piccolo e inoltre abbiamo aperto le porte agli amici musulmani che desideravano partecipare all’evento con noi cristiani.
Le tappe di questa breve, intensa e storica visita di Papa Leone XIV in Algeria sono scritte ovunque, perciò non le ripeterò se non che ridotte all’essenziale. Giusto il 13 mattina è arrivato all’aeroporto di Algeri, dove ha trovato ad accoglierlo il presidente Abdelmadjid Tebboune. È stato poi condotto a fare omaggio al monumento Maqam Echahid, memoriale dei martiri algerini, e il suo primo discorso alla gente della capitale dell’Algeria si è chiuso citando le beatitudini. Subito dopo è stato condotto in visita privata al Palazzo El Mouradia, dove ha pronunciato un discorso alle autorità che è da leggere assolutamente!
Papa Francesco scriveva nella Fratelli Tutti: «Occorre pensare alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». Esorto voi che avete autorità in questo Paese a non temere tale prospettiva e a promuovere una società civile viva, dinamica, libera, in cui specialmente ai giovani sia riconosciuta la capacità di contribuire ad allargare l’orizzonte della speranza per tutti. La vera forza di un Paese è data dalla cooperazione di tutti alla realizzazione del bene comune. Le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo. L’azione politica trova quindi il suo criterio nella giustizia, senza la quale non vi è pace autentica, e si esprime nella promozione di condizioni eque e dignitose per tutti. Anche la Chiesa cattolica, con le sue comunità e iniziative, desidera contribuire al bene comune dell’Algeria, rafforzando la sua particolare identità di ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente.
Il Mediterraneo, da una parte, e il Sahara, dall’altra, rappresentano infatti crocevia geografici e spirituali di enorme portata. Se ne approfondiamo la storia, senza semplificazioni e ideologie, vi troveremo nascosti immensi tesori di umanità, perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento fra i popoli e le culture. Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza!
Dopo la visita alla Grande Moschea di Algeri e la visita privata alle suore agostiniane a Bab el Oued, presso il loro Centro di accoglienza e di amicizia (per quanto siamo innamorate del nostro carisma per un brevissimo momento abbiamo desiderato di essere agostiniane…), c’è stato l’incontro presso la Basilica di Notre Dame d’Afrique con tutta la comunità algerina. Con tutti noi.
Abbiamo vissuto con profonda gioia il momento dell’incontro con il Papa insieme agli amici musulmani, perché la comunità cristiana qui ha senso se è allargata così, in questa comunione. Difatti, anche le ore dell’attesa sono state un tempo di vera fraternità, ed è passato velocissimo!
Poi, quando il Papa è finalmente entrato, intervallate da canti, abbiamo ascoltato insieme a lui le testimonianze di sr. Bernadette, che lavora con i bambini disabili nel sud dell’Algeria; di Ali, che si trova ogni giorno alla porta della basilica Notre Dame per accogliere visitatori e pellegrini; di Rakel, che è una studentessa keniota che vive la gioia di un ecumenismo ordinario e reale con altri studenti a Tlemcen; e di Mounia, una nostra amica musulmana che ha offerto con coraggio a Papa Leone anche la sua testimonianza. Ne riporto qui qualche frammento, perché è stato davvero importante il suo desiderio di dar voce a questa comunione che ci caratterizza: “Con i miei fratelli cristiani ci prendiamo cura dei più fragili lavorando fianco a fianco… per accogliere, servire, ascoltare, prendersi cura, organizzare, trovare risorse finanziarie e adoperarsi perché i centri di attività siano luoghi sicuri che preservino la dignità delle persone”, forti della convinzione che “servire l’uomo è anzitutto servire Dio”.
Ci siamo proprio ritrovate nelle sue parole sul nostro vivere insieme. Ha poi detto al Papa: “Frequento ogni giorno i miei fratelli e le mie sorelle cristiani e li vedo pregare, celebrare, vivere la loro vocazione con fedeltà” e “senza confondere i nostri cammini, io che prego Dio secondo la tradizione musulmana, mi ritrovo nella stessa disposizione interiore: ricercare Dio, imparare ad amarlo di più e a lasciarmi trasformare per diventare migliore verso gli altri”.
Il Santo Padre ha preso poi la parola a sua volta, ed ha parlato citando discretamente le loro esperienze nel discorso alla comunità, discorso al centro del quale sono emerse tre parole: preghiera, carità e unità, “tre aspetti della vita cristiana che ritengo molto importanti, in particolare per la vostra presenza qui”.
Ha detto così sulla preghiera: “Ali, parlando della sua esperienza di servizio a Notre Dame d’Afrique, ci ha detto che molti vengono qui per raccogliersi in silenzio, presentare e raccomandare le loro preoccupazioni e le persone che amano e incontrare qualcuno disposto ad ascoltarli e a condividere i pesi che portano nel cuore, e ha notato come tanti ripartono sereni e felici di essere venuti. La preghiera unisce e umanizza, rafforza e purifica il cuore, e la Chiesa in Algeria, grazie alla preghiera, semina umanità, unità, forza e purezza attorno a sé, raggiungendo luoghi e contesti che solo il Signore conosce.”
Così sulla carità: “Suor Bernadette ci ha raccontato come da un semplice, iniziale gesto di vicinanza – la visita ai malati – sono nati, come germogli, prima un sistema di accoglienza e poi un’organizzazione assistenziale sempre più articolata, una vera comunità in cui tantissime persone partecipano agli eventi gioiosi e a quelli dolorosi, uniti da legami di fiducia, amicizia e familiarità.”
Infine, per quanto riguarda pace e unità, ha detto: “Figli desiderosi di camminare insieme, di vivere, pregare, lavorare e sognare, in una fede che non isola ma apre, unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare e fa crescere una vera fraternità, come ci ha detto Monia, e come ha testimoniato Rakel, condividendo la sua esperienza nella Tlemcen Fellowship. In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà.”
La pioggia, fuori, ha accompagnato tutti questi momenti.
Dacyl, un’altra amica musulmana, una madre che viene sempre a pregare a Notre Dame d’Afrique, aveva il badge rosso, il che significa che il suo posto era stato assegnato sull’esplanade, ossia davanti alla basilica. Ha vissuto tutto il momento dell’incontro nell’acqua e nel vento, e poi ha definito la giornata “formidabile, piena di una gioia magnifica! Un’occasione unica, che valeva assolutamente la pena di vivere”.
Effettivamente, lo abbiamo aspettato da quando, appena eletto, si è presentato alla piazza e ha nominato sant’Agostino. Da allora ci siamo detti: “Verrà”. Ecco, è venuto.
Ma la storia non termina qui, abbiamo la testimonianza di altre sorelle che hanno partecipato alla visita del Papa. Sotto la pioggia.
Questo è ciò che più le ha colpite, ciò che più ha toccato i loro cuori lasciando un segno deciso:
“Il tempo che abbiamo passato in attesa, il ritrovarsi con tante persone conosciute, incrociate, sia cristiani sia musulmani, con tanta amicizia, con gioia di stare insieme, di partecipare a un avvenimento che entusiasma tutti… questo è ciò che mi ha toccata.”
“Come il Papa ha parlato ai musulmani, come ha parlato di unità e pace, e la testimonianza di Mounia, che racconta di come si può vivere e lavorare insieme, condividendo valori importanti. Io penso al mio Paese di origine, dove non ci sono molti musulmani, e questa situazione di minoranza faceva sorgere in me timori e forse dei pregiudizi. La testimonianza di Mounia, le parole e l’approccio del Papa mi hanno interrogata molto, e mi propongono un cammino.”
“Mi tocca il bene che sento che questa visita può portare alla società algerina, perché incontrare, vedere da vicino… è altro che sentir parlare, e non importa se solo pochi hanno potuto di fatto incontrarlo, poiché una visita è comunque un passo di prossimità, una visibilità. E poi il bene che porta alla comunità cristiana, ai cristiani del Paese, che sentono che è venuto per loro, per noi, che è vicino, e che facciamo parte di una Chiesa sola che è una famiglia che accoglie, molto più grande di quello che possiamo sperimentare in Algeria.”
“Le reazioni della gente, che ha apprezzato che il Papa sia venuto. Più di una persona ha espresso contentezza nel vedere che davvero, finalmente, è arrivato qua… e il Paese lo ha ricevuto benissimo. Da questa visita mi aspetto di vedere presto dei frutti, nelle relazioni e nella crescita a stimarsi reciprocamente. Ho apprezzato tanto l’atteggiamento semplice del Papa, una visita fatta con parole di pace. Forti… ma di pace… non di dominazione”.
“Quando ha varcato la soglia della basilica, dopo tanta preparazione e attesa, mi ha travolta una grande emozione… Lui, il Santo Padre, era proprio là. È venuto, ed è vicino”.














