Quando Sr. Happy racconta la sua vocazione, emerge un percorso fatto di semplicità disarmante e di scoperte progressive, dove la chiamata di Dio si è manifestata non attraverso visioni straordinarie, ma nella gioia contagiosa di una suora che visitava i malati nei villaggi.
Un sì nato dall’attrazione alla gioia
Bonpara, Bangladesh. Nella parrocchia dove cresceva, Happy ha sempre visto le suore missionarie e i sacerdoti del PIME. Eppure, confessa con candore: “Non sentivo di avere questa vocazione, non ci pensavo mai davvero.” Fino a quando una figura ha iniziato a lasciare un’impronta nel suo cuore: Sr. Chondra Graytud Rebero, una suora che lavorava in parrocchia, visitava i malati, stava in mezzo alla gente con un’animazione contagiosa. “Era una suora molto gioiosa,” ricorda Happy, “mi piaceva il suo modo di essere tra noi. Qualcosa mi attirava.”
Non era ancora chiaro cosa. Non era una chiamata definita, ma piuttosto un desiderio senza nome: voleva essere una persona gioiosa come quella suora. Quando a sedici anni, dopo la seconda media, la parrocchia organizzò un programma vocazionale “Vieni e Vedi”, Happy decise di partecipare quasi per curiosità: “Non mi costa nulla fare questa esperienza.”
Una settimana che le cambierà la vita.
Al ritorno a casa, la sua decisione lasciò tutti increduli.
Il padre fu diretto: “Tu non puoi stare in convento, le suore ti manderanno a casa.” Happy rispose con quella semplicità che sarà il filo rosso della sua storia: “Vado lì, se non posso stare tornerò. Casa mia è aperta per me.”
Non sapeva cosa significasse essere missionaria, ignorava il significato stesso della vocazione religiosa. Eppure, nel 2007, entrò in convento portando con sé solo un desiderio indefinito e tanta fatica nell’adattarsi a una vita così diversa.
Le sfide del lasciare e dell’Imparare
La sfida più grande non è stata una prova drammatica, ma piuttosto l’apprendimento quotidiano di una nuova grammatica relazionale.
Happy veniva da una famiglia di sette fratelli, dove la libertà di esprimersi era naturale e immediata. “Ero una persona molto libera,” spiega, “poi ho dovuto imparare tante cose, a non dire tutto così direttamente.”
Lasciare la famiglia, entrare in un’altra realtà: ogni fase ha avuto le sue sfide, nessuna insormontabile, tutte formatrici.
“Non voi avete scelto me, Io ho scelto voi”
Quando le chiediamo il significato del suo “sì” definitivo, Happy si rivolge alla Scrittura. La parola che illumina tutta la sua storia è quella di Giovanni: “Non voi avete scelto me, io vi ho scelto.”
Guarda indietro al suo cammino e riconosce con umiltà: “Non ero una persona brava, non avevo tante capacità, nemmeno adesso. È Dio che mi ha scelta.”
Attraverso esperienze diverse, piano piano, ha scoperto cos’è l’amore di Dio. Un amore che non richiede perfezione, ma accoglie i limiti: “Ho tanti limiti, ma a poco a poco ho scoperto che il Suo amore è più grande.” Qualcosa che porta ad andare avanti, sempre.
E poi c’è l’altra parola, quella di Paolo: “Ti basta la mia grazia.” Happy la ricorda con emozione particolare, legata al giorno della professione perpetua celebrata in Italia, lontana dai genitori, in una lingua che ancora fatica a padroneggiare.
“Prima della Messa avevo tante preoccupazioni,” ammette. Ma quando si mise all’inizio della processione, accadde qualcosa di inspiegabile: “Sentivo una gioia che non sapevo spiegarmi da dove venisse.” Per tutta la celebrazione quella gioia misteriosa l’ha accompagnata, facendo scomparire ogni preoccupazione. “È stato un regalo, un’esperienza della grazia che non posso spiegare.”
Ponte nella Chiesa
Ora Happy è in Italia, a Pioltello, da poco più di un anno, ancora nella prima fase della sua missione.
Quando le chiedo come voglia vivere il carisma missionario, risponde con onestà: “Questa domanda me la faccio spesso dentro di me, ma non ho ancora una risposta chiara. Ciò che mi sembra rappresenti quello che vivo ora è l’immagine del ponte. Non faccio tante cose, ma forse posso essere come un ponte: se qualcuno vuole passare, può passare”.
Alterna momenti in cui si sente utile ad altri in cui questa sensazione scompare. Eppure, la disposizione rimane: essere lì, disponibile, aperta al passaggio degli altri.
Custodire la vita
Alle giovani che cercano il loro cammino, Happy affida un verbo: custodire. “Tutte le esperienze belle e brutte bisogna custodire, perché non sappiamo il nostro futuro. Se custodiamo le cose che vengono nella vita quotidiana, possiamo vivere una vita migliore.”
Non promette che tutto andrà bene, non offre certezze facili. Propone invece un’attenzione contemplativa alla vita così come si presenta, giorno dopo giorno. Custodire significa accogliere senza paura, lasciare che le esperienze – anche quelle difficili – diventino tesoro nascosto che un giorno, forse, rivelerà il suo senso… Come quella ragazza dodicenne che entrò in convento senza sapere nulla di vocazione, portando solo il desiderio di una gioia vista brillare negli occhi di una suora… e che oggi, dopo anni di cammino, può dire: “Non so ancora tutto, ma continuo ad andare avanti.” Perché quando è Dio a scegliere, la Sua grazia basta sempre.
Sr. Emanuela Nardin






