“Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera”
(Sal 141)
Un corso di formazione per i nuovi governi tenutosi in Tunisia è diventata occasione di incontro di persone, di una cultura, di un particolare stile missionario. I giorni trascorsi in Tunisia sono stati per me un tempo di grazia: tra momenti di formazione, fraternità condivisa e incontri inaspettati, ho scoperto una terra di missione diversa da quella che conoscevo, capace di arricchire profondamente la mia vita missionaria.
Tutto è cominciato con un sorriso. Nella casa diocesana di Tunisi, una signora addetta alle pulizie mi chiese il nome. Le risposi “Djebba”, ma lei capì “Djerba” — e per quanto ripetessi, continuava a chiamarmi così. Alla fine, tra le risate, accettai di buon grado il nuovo nome che mi accompagnò ogni giorno. Da quel piccolo equivoco nacque un’amicizia.
Sono proprio questi incontri, anche i più casuali, a cambiare il nostro modo di vedere la realtà. Mi hanno fatto comprendere che essere missionari significa anzitutto essere presenza nella semplicità, come una lampada accesa.
Una presenza fragile e luminosa
Condividendo la quotidianità con le nostre sorelle, con i padri del PIME e con tante persone incontrate per strada, ho intuito un’immagine che mi è rimasta impressa: la missione qui è come il fumo dell’incenso, una presenza fragile che si disperde nell’aria, eppure lascia dietro di sé un profumo che dura a lungo.
È l’immagine di una comunità cristiana minoritaria, semplice, fatta di credenti radicati e consapevoli dei sacrifici quotidiani necessari per custodire la propria identità di fede. Eppure, al di là di tutto, ciò che ho respirato è stata aria di comunione e di fraternità.
La Chiesa in Tunisia mi è apparsa come un’unica famiglia, dove tutti si conoscono. Dopo le celebrazioni ci si ferma volentieri a salutarsi, a chiedere notizie, ad accogliere chi è di passaggio — tanto che diverse persone, accorgendosi che ero nuova, mi chiedevano se fossi stata trasferita lì. Nella domenica di Pentecoste ho assistito al battesimo di una bambina: era commovente vedere la gioia dell’intera comunità stringersi attorno a lei e alla sua famiglia.
Un fiore nel deserto
Nel Sud, a Gabès, ho vissuto un’esperienza inedita: ho partecipato alla Messa come unica fedele, insieme a due padri. Durante la settimana gli studenti non ci sono, ma i padri continuano a celebrare ogni giorno, con gioia e costanza. Quella presenza eucaristica mi ha toccata nel profondo. Come un fiore nel deserto, l’Eucaristia fa risplendere la sua bellezza anche nei contesti aridi, resiste e continua a essere sorgente di vita. Pensare alla vita missionaria come a una vera presenza eucaristica è una sfida, ma anche una realtà da vivere ogni giorno.
Anche il paesaggio mi ha parlato di Dio. Grazie ai missionari del PIME ho visto le oasi in mezzo al deserto: in luoghi così aridi l’acqua sgorga tra le rocce e fa fiorire palme e datteri. Mi tornava in mente un ritornello: “Lo Spirito di Cristo fa fiorire il deserto, torna la vita…”. E ammiravo la resilienza di chi vive in quel clima durissimo, adattandosi non per sopravvivere, ma per vivere pienamente — come testimoniano le case tradizionali berbere e, soprattutto, la calorosa accoglienza della donna che ci ha ospitate.
A Tunisi, poi, come dimenticare Sidi Bou Saïd con le sue leggendarie porte blu? Nel souk della Medina, una guida improvvisata ci spiegò il significato dei colori: il verde, sacro all’islam, simbolo del Paradiso e della speranza di vita eterna; il giallo ocra, colore amato da Dio; il blu, simbolo del cielo e del mare, che protegge le case; il bianco, segno di purezza, pace e luce.
Con le nostre sorelle, accanto alle donne
Il tempo trascorso con le nostre sorelle, impegnate nella Caritas a fianco delle donne, è stato uno dei doni più belli. Ho visto donne arrivate interiormente distrutte ricostruirsi a poco a poco, grazie all’aiuto ricevuto, tessendo relazioni che le sostengono nella crescita e imparando un mestiere utile alla loro autonomia.
Sono rimasta edificata dal legame che le sorelle coltivano con le famiglie: quando suor Rekha mi ha portata a visitarne una, sono stata accolta con calore pur essendo una sconosciuta. Ho avuto anche la gioia inattesa di incontrare l’ambasciatore del Camerun e sua moglie, originari del mio stesso villaggio: un momento prezioso di ricordi e di condivisione sulla situazione dei migranti e degli studenti camerunensi.
Mi ha colpita un altro dettaglio: pur senza segni religiosi visibili, per le strade e al mercato molti ci salutavano con un “bonjour, ma sœur…”, come se ci conoscessero da sempre. Mi sono chiesta come facessero a riconoscerci con tanta spontaneità.
Rendimento di grazie
Ciò che più mi ha edificata è stato il clima comunitario: semplice ma caloroso, fatto di aiuto reciproco, accoglienza silenziosa e collaborazione spontanea.
Ringrazio il Signore per questa opportunità, e con Lui le sorelle della Delegazione Algeria-Tunisia — in particolare la comunità di Tunisi —, i Missionari del PIME e tutte le persone incontrate, cristiani e musulmani. A tutti loro prometto di offrire a Dio la mia preghiera come un incenso. Che Nostra Signora d’Africa interceda per tutti noi e per i musulmani, come ogni giorno la invocano le nostre sorelle e i missionari di Algeria e Tunisia!
Sr. Suzanne Djebba, Direzione Generale

















