Sr. Filomena Alicandro, “più bengalese dei bengalesi stessi”, si è spenta a Monza l’8 giugno scorso dopo aver dedicato 56 anni della sua vita alla missione in Bangladesh.
Nata in provincia di Latina nel 1937, sr. Filomena è partita per questa terra un anno prima di emettere la professione perpetua nel 1967. Allora il Bangladesh non esisteva, non era una repubblica popolare a sé, ma faceva parte del Pakistan orientale. Ovunque gli occhi si soffermavano su povertà e arretratezza: “I bambini dei villaggi rurali non andavano a scuola, le donne in casa erano trattate come serve e nella società non contavano niente”. Sr. Filomena è stata una figura pionieristica in questo ambiente, capace di trasformare la propria vocazione in un servizio instancabile per l’emancipazione dei più poveri, nonché una presenza accogliente e attiva durante la guerra d’indipendenza dal Pakistan.
Scelse fin da subito di vivere la sua vocazione tra la gente e con la gente: per dieci anni abitò in una casa di fango per poter condividere le fatiche della popolazione locale, finché un tentativo di intrusione da parte di estranei attraverso un buco in una parete la convinse a trasferirsi in un’abitazione in muratura. Inoltre imparò la lingua bengalese da sola, ascoltando le bambine dell’ostello di Bonpara, la sua prima destinazione.
La sua personalità era un misto di umiltà e audacia: dotata di una “verve” inesauribile, non esitava a salire in sella ad una motocicletta per raggiungere i villaggi più remoti, sfidando fango e polvere per visitare le famiglie e portare il Vangelo. La sua passione missionaria non era fatta di discorsi astratti, ma di una fede profondamente e radicalmente incarnata; come lei stessa amava ripetere: “La testimonianza evangelica non si fa tanto con le parole, ma con la vita“.
Ciò che più le stava a cuore però era la condizione delle donne, abusate e private di qualsiasi forma di rispetto. Pensò che il lavoro potesse diventare la chiave per la loro dignità: “Da ragazza avevo imparato a cucire e ricamare, così pensai di usare quella mia abilità per provare a migliorare la vita delle ragazze”, e su questa iniziativa riuscì a guidare una vera e propria rivoluzione sociale… Prima nel piccolo, poiché “Pian piano, alcune di loro riuscivano ad aprire semplici botteghe sartoriali domestiche, rendendosi più indipendenti dai mariti e guadagnando maggior rispetto e considerazione in casa”; e poi arrivando a fondare nel 1989 il Women and Development Center a Gopalpur, una sartoria che ha permesso a migliaia di ragazze di acquisire talenti nascosti e indipendenza economica.
I paramenti liturgici indossati da Papa Francesco e dai sacerdoti per celebrare la messa quando il Pontefice venne in visita in Bangladesh nel 2017, furono realizzati proprio dalle sarte del suo centro, e per questo suo impegno nel 2021 ricevette il prestigioso premio “Cuore Amico”.
La sua tempra però non aveva confini, e non si esaurì certo con l’aiutare le sole ragazze.
Durante la guerra d’indipendenza del 1971 offrì protezione a chi fuggiva dai bombardamenti, mettendo a disposizione la struttura in muratura in cui viveva e tutti i tavoli che trovasse per farvi dormire sotto le persone, in modo che fossero ulteriormente protette.
In quel periodo rischiò persino l’arresto, poiché i militari sospettarono sostenesse i partigiani bengalesi, ma fu salvata dalla gente del posto che accorse in sua difesa.
Inoltre non smise mai di andare in visita nelle case, di offrire ascolto, aiuto, una presenza… e di portare nelle famiglie le verità del Vangelo e la sensibilizzazione all’importanza di dare ai bambini la possibilità di andare a scuola e di studiare.
Ha poi favorito il dialogo tra fazioni locali, e nonostante le difficoltà incontrate quotidianamente e le prove personali che sempre fanno capolino, tra cui la perdita dei genitori e di una sorella mentre si trovava in missione, dichiarò sempre di essere stata “felice di essere una missionaria”, nel modo più assoluto.
Nel 2022 gravi problemi di salute l’hanno costretta a rientrare definitivamente in Italia, non senza il gran dispiacere di lasciare per sempre la sua gente, e quella che ormai era divenuta la sua terra: il Bangladesh. Ma anche nella sofferenza finale è rimasta ben salda alla fiducia e all’abbandono alla volontà del Padre che sempre l’hanno guidata e accompagnata… dietro ogni svolta in motocicletta, sotto i tavoli, e con l’occhio oltre la cruna di un ago.
Grati di questa passione inesauribile per la vita e per Gesù, accompagniamo sr. Filomena Alicandro in questa nuova missione, affinché possa continuare a sorriderci e spronarci anche da lassù.
Lucia Rota



















